Chi di noi non ha nemmeno un profilo social? Penso quasi nessuno che stia leggendo questo articolo; il che è perfettamente normale dato che uno dei modi in cui le aziende vanno a caccia di profili interessanti è proprio LinkedIn!
I social network negli ultimi anni hanno smesso le vesti di passatempo per procrastinatori e sono diventati un vero e proprio strumento di marketing.
Ogni grande marca o grande personaggio ha, tra le proprie app, delle armi potentissime per diffondere i loro messaggi e valori.
Ormai è diventato quasi automatico cercare il profilo di un soggetto interessate nei social per capire il modo in cui vogliono essere percepiti dal pubblico e come gestiscono i rapporti con altri profili.
Inoltre un elemento a cui si dà moltissima importanza è il numero di seguaci che il profilo in questione ha, se si tratta di un’azienda molto nota al grande pubblico allora ci aspetteremo che abbia almeno un numero a cinque cifre, ma se deludono queste aspettative sembra esserci qualcosa che non quadra.
Soprattutto per personaggi famosi o influenti il numero di followers sembra essere direttamente proporzionale alla fiducia che essi meritano. Ma gli scrittori come si piazzano in tutto questo?
Il profilo social di uno scrittore è molto difficile da bilanciare, perchè se si tratta di un account che tratta solo dei libri e degli altri “prodotti” che il soggetto crea e che vuole sponsorizzare allora ci sarà meno interesse nel seguirlo, dato che si corre il rischio di farlo diventare solo una serie di annunci molto ben fatti.
Rendere umana una pubblicità è l’obiettivo che gli esperti di marketing hanno da quando la publicità è diventata talmente presente nelle nostre vite da desensibilizzarci a questo tipo di stimolo all’acquisto.
Inserire un annuncio all’interno di un post di un profilo noto al pubblico si è rivelato particolarmente vantaggioso, creando influencers che di questa attività ci campano.
Ma di nuovo torniamo sulla questione “lo scrittore solitamente non è influencer”, per il semplice motivo che le idee non possono essere vendute, ma scambiate.
Anzi, se un autore cercasse di ricoprire questo ruolo la sua credibilità scenderebbe a picco e verrebbe irrimediabilmente etichettato come veniale e poco serio.
Purtroppo siamo ancora molto legati ad un’idea naive del ruolo dello scrittore, il quale deve mettere il denaro all’ultimo posto per dare spazio alla grandezza legata alla sua forma espressiva.
Ovviamente nessuno razionalmente lo direbbe, ma a voi non farebbe strano vedere uno scrittore parlare di sponsorizzazioni e fare dei post mirati per vendere il nuovissimo device per la scrittura che gli è stato “regalato”? Penso che un po’ della sua aura sacrale comincerebbe a somigliare pericolosamente ad un’insegna al neon di un discount della sobrietà.
Quindi come fare? Raccontare giorno per giorno cosa si è fatto e i propri pensieri? Mettere la foto del compleanno della nonna o del cane che ha scavato una buca in giardino?
Anche in questo caso lo scrittore comincerebbe pericolosamente ad essere una persona banale, uno come tanti altri, con i suoi problemi e le sue preoccupazioni.
E allora? Si può trovare un compromesso?
Credo che come per qualsiasi personaggio noto o moderatamente noto in questo settore sia necessario avere due profili, uno per la propria vita strettamente professionale, rigorosamente privato, in cui si possono tranquillamente postare foto della propria casa e della propria famiglia;
un altro poi sarà necessario per la propria attività redditizia, in cui si parla sì dei propri libri, ma soprattutto delle proprie idee, in cui si possono cercare delle collaborazioni con altri autori o con case editrici, dare consigli di scrittura, fare recensioni e chi più ne ha più ne metta.
Ma l’imperativo è uno e semplice: non mischiare la vita privata con quella professionale. Là fuori ci sono troppe persone che non sanno, per svariati motivi, accettare la presenza di qualcuno che abbia un’idea diversa dalla loro, e che l’unico modo di risolvere questo disagio è eliminare l’altro.
Si tratta di sicurezza personale, ma anche di equilibrio, tenendo ben distinto anche nella mente che la vita e il lavoro sono sì interdipendenti, ma che il lavoro non è vita. Certo, la carriera gioca un ruolo fondamentale, ma avere del tempo da dedicare a sé stessi è altrettanto importante.
Voi cosa ne pensate? Credete che sia giusto per uno scrittore avere due profili o pensate che averne uno “ibrido” sia la soluzione migliore?



Ho scelto l’ibrido, ma non lo caldeggio. Credo che due account separati sarebbero davvero meglio, a patto che quello professionale sia di livello… professionale, cosa cui non credo di potermi avvicinare, anzi, resisto a malapena alla tentazione di sparire. Comunque l’alone di sacralità intorno allo scrittore che si mostra interessato alle sponsorizzazioni si scalfisce soltanto quando a lo scrittore in questione non ha successo; se ha successo non c’è problema. Non è così?
Io prima della pandemia frequentavo molte fiere di gioco, fumetto… che avano anche molti “piccoli” scrittori come espositori. Seguirli sui loro canali social è abbastanza disarmante, perchè sembra un grande catalogo di pubblicità di uno stesso prodotto. Che si sia piccoli o grandi scrittori, è importante anche scegliere bene come presentarsi, sia che si voglia mostrare la sfera privata che quella professionale. Uno scrittore di successo in genere può permettersi un social media maneger per le strategie di cosa sia bene o no presentare.
Non credo né alla suddivisione dei profili né al mescolamento tra pubblico e privato.
Escludo Linkedin, che più che social network è una piattaforma per la ricerca di lavoro e se uno scrittore, o aspirante tale, ha un’altra professione lontana dalla scrittura è bene che utilizzi Linkedin solo per quella carriera lavorativa.
Per tutti gli altri, non credo che una persona possa dividersi, specie uno scrittore di narrativa. Sei quel che sei e quello che scrivi dipende anche da ciò che sei. Che ci si voglia o meno mostrare in foto è un altro discorso, ma i pensieri dovrebbero essere autentici. Perché quel che osservo su chi decide per la moltiplicazione dei profili è che su uno, quello pubblico, fa lo splendido, e sull’altro, quello privato, è una lagna insopportabile. Tanto da chiedersi: ma io allora, chi sto leggendo davvero? Qual è quello reale, il pubblico o il privato?
In genere, questa dicotomia fa scappare i lettori perché non percepiscono più la persona come autentica.
Dall’altra parte, osservo chi scrittore, o altro personaggio famoso, è arrivato in cima: sui social c’è solo il loro profilo “di lavoro”. Anche quando pubblicano un contenuto “personale” è comunque correlato alle loro attività, comprese quelle benefiche. Ma non ci sono post e commenti “da bar”. Con gli amici “storici” comunicano in altro modo. Probabilmente sono tornati alla cara vecchia telefonata vocale… 😀
Hai perfettamente ragione Barbara, spesso più account nei social servono per mostrare più aspetti, spesso falsi: un “chi sono” e “chi voglio illudermi di essere”. Un monitor è un’ottima maschera dietro cui nascondersi. Il mio avere account multiplo è banalmente perchè ai miei amici più stretti ed i parenti non interessa nulla della mia passione per la scrittura, mentre non ho interesse nel mostrare le mie uscite con gli amici a chi voglio abbia di me un’immagine più professionale. Da tener conto che nella mia sfera privata ho anche amicizie internazionali, trovandomi a comunicare in diverse lingue.
Per separare il pubblico dei contenuti, ci sono le liste di visibilità, anche se sono funzioni solo di alcuni social. Poi se ai miei parenti o amici non interessa nulla della mia scrittura… eh beh, che vadano pure oltre nel feed. Anch’io ho amicizie internazionali, anzi, sono la maggioranza delle persone che mi seguono sui social, ma o usano il traduttore automatico oppure io stessa nel post metto già la traduzione, se so che quel contenuto interessa anche loro.
Doppio account = doppio lavoro. E io sullo smartphone ho già doppi account sulle app, perché gestisco anche il profilo del mio gruppo sportivo. 🙂