Il viaggio è stato per secoli la spinta per eccellenza a conoscere sé stessi e gli altri. Al termine di ogni viaggio ci sentiamo un po’ cambiati, anche se è stato di breve durata.

Questi meccanismi si ripropongono da tempo immemore nella nostra tradizione e nella nostra cultura. Se ci pensiamo, la razza umana ha letteralmente mosso i primi passi nel mondo per spostarsi in cerca di cibo e di luoghi più sicuri.

E così anche le storie che ci siamo tramandati hanno trovato il proprio terreno fertile nella narrazione del viaggio.

Il viaggio è spostamento, sia fisico che mentale e così dovranno viverlo i nostri personaggi, nessuno escluso.

Se guardiamo alla tradizione letteraria gli scrittori hanno sempre trovato sfogo nello spostamento della psiche e nell’irrequietezza delle idee il volto dei loro personaggi. Non hanno risparmiato neppure sé stessi o chi ne faceva le veci nei loro racconti.

Pensiamo anche solo a Goethe, che ha addirittura creato un saggio indipendente chiamato appunto “Viaggio in Italia” in cui ha enunciato le meraviglie dell’Italia e ha permesso di condividere una parte della sua esperienza personale e come questo si sia poi riflettuto nelle sue opere.

Particolarmente impressa mi è stata la narrazione di una vicenda raccontata da Isabèl Allende nel suo libro autobiografico “La Somma dei Giorni”.

In un passaggio l’autrice parla del periodo della sua carriera in cui è stata vittima del noto “blocco dello scrittore”, e di come confidandolo alla sua amica lei le abbia semplicemente risposto che il blocco dello scrittore non esiste, ma che invece aveva solo “seccato il pozzo”. L’unico modo di riempirlo era infatti: viaggiare!

Inutile dire che tale esperienza si è rivelata davvero utile e che ha portato ad una nuova e feconda fase creativa della scrittrice.

il viaggio dello scrittoreCerto, mi direte voi, pochi hanno la fortuna di avere tempo sufficiente e tasche abbastanza profonde per affrontare un “grand tour ispirante”. Ma la lunghezza del viaggio non deve pregiudicarne la significatività. Così come la lunghezza di un racconto non misura la sua incisività.

Esperienze di viaggi lunghi continenti come anche gite mordi e fuggi devono quindi essere sempre motivo di rivalutazione e riconsiderazione di quello che si conosce e si è, perché solo ponendosi domande si può riuscire a crescere, e crescendo a scrivere da ciò che si è vissuto.

Voi cosa ne pensate? Un viaggio è davvero la soluzione in questi casi? Raccontatemi la vostra esperienza!