Il blogging, il posting e la pubblicazione su internet hanno conosciuto un’escalation senza precedenti nell’ultimo decennio; pensiamo solo al numero di blog che è fiorito nel corso degli ultimi tempi.
Ci sono blog, siti, profili social per qualsiasi tipo di servizio ed argomento, da quelli per lo scambio filosofico culturale ai forum sull’idraulica.
Ovviamente questa varietà non fa che arricchire le dimensioni del materiale a disposizione su cui possiamo contare, e favorire lo scambio significa dare la possibilità al progresso di compiere il suo percorso verso il futuro con sempre maggiore consapevolezza.
Pensiamo anche solo a come sia cambiato il modo di approcciarsi all’acquisto di un prodotto: se prima quello che si cercava era nella maggior parte dei casi un rapporto soddisfacente tra prezzo e qualità, ora invece conta anche l’etica dello stesso. Questo grazie alla maggiore circolazione di informazioni riguardanti l’impronta ambientale che ogni bene porta con sé.
l tema della sostenibilità dei consumi ci fa valutare anche altri criteri, come possono essere quello della modalità di produzione e della possibilità di riciclare o smaltire in modo ecologicamente favorevole gli scarti che da esso dipendono.
Questo è solo un esempio di come sia vitale mantenere libere e aperte le vaste aree di comunicazione su cui si possono fruire queste notizie così fondamentali. Cambiare l’approccio di libertà significa porre un freno alla possibilità di far circolare un numero maggiore di informazioni.
Vi chiederete chi sta ostacolando questa libertà così fondamentale, e la risposta è: noi.
O meglio, l’algoritmo che noi usiamo per navigare nel web e cercare le informazioni di cui noi abbiamo bisogno.
In pratica le notizie che appaiono in alto quando effettuiamo una ricerca sono quelle che appaiono o perché il detentore del sito ha pagato l’essere privilegiati nei campi di ricerca, oppure perché le parole che vengono usate all’interno dell’articolo sono quelle che meglio vengono processate dai motori di ricerca e che quindi hanno un maggiore impatto positivo sulla visibilità dell’articolo stesso.
Di per sé non è un concetto sbagliato, ma il risultato è che ci sono sempre i soliti siti o profili che vengono spinti in alto grazie al circolo vizioso in cui poi si entra. Inoltre maggiore visibilità non comporta automaticamente maggiore affidabilità.
Pensiamo ad esempio a libero.it, il sito che produce una quantità di notizie terrificante, ma che se letti saranno di fattura mediocre, se non scarsa; ma ciò che piace di libero è l’essere conciso e molto, forse anche troppo semplice e semplicistico.
Se parlate con un utente appassionato di lettura, o anche solo attento alla verificabilità delle fonti e un minimo interessato alla forma di certo lo vedrete inorridire davanti a post di Libero o di Huffing Post.
Eppure questo tipo di articoli ha una rilevanza spaventosa grazie anche al sapiente uso SEO degli scrittori che creano questi contenuti. Inoltre un buon numero di utenti segue e legge questi siti che quindi schizzano nelle prime posizioni, a discapito magari di siti che sono più specializzati e che trattano con maggiore profondità i medesimi temi.
Come per il fast food stiamo assistendo alle fast news, un fenomeno che purtroppo in italia attira l’attenzione degli editori, che preferiscono investire su articoli ad effetto ma profondi come pozzanghere a quelli che mantenendo una posizione apolitica vogliono fare quello per cui l’informazione è nata: permettere alla conoscenza di diffondersi.
Certo, non tutti i bloggers o articolisti di realtà minori sono migliori rispetto a magari centri più grandi e un po’ sbrigativi, ma il punto è che saranno sempre questi ultimi ad essere prediletti dall’algoritmo.
Come fare quindi per evitare di cadere nel loop di informazione sbrigativa e poco approfondita? Cercare di fare uno sforzo e di non fermarsi ai primi 4 risultati di ricerca, ancora meglio se si passa alla pagina successiva!
Non si troveranno sempre i soliti articoli scritti come da manuale del marketing di informazione, ma magari potreste sorprendervi che dietro queste parole sparate nell’etere per arrivare più in su delle altre, ne troverete tante altre, a livello più terreno e a volte più genuine.
Allo stesso modo anche tutti i blogger del mondo possono potranno levarsi questa fastidiosa ansia da indicizzazione e poter finalmente cercare i vocaboli che più ritengono opportuni nella modalità che desiderano.
Voi cosa pensate dello sviluppo che sta avendo la circolazione dell’informazione in questi ultimi tempi? Vorreste che cambiasse qualcosa?



Colpita e affondata. Magari non mi fermo alle prime quattro proposte di Google, ma in seconda pagina non ci arrivo quasi mai. Cercherò di farlo, però, perché mi hai convinta. 🙂
Purtroppo è una cosa abbastanza normale non girare pagina su google, anche perchè ci sono fin troppi articoli su di un argomento e a volte, letti i primi, gli altri sembrano tutti uguali. Per questo quando trovo articoli belli e approfonditi cerco di fidelizzarmi ad un canale, specie se minore.
“Vi chiederete chi sta ostacolando questa libertà così fondamentale, e la risposta è: noi.”
Giusto.
“O meglio, l’algoritmo che noi usiamo per navigare nel web e cercare le informazioni di cui noi abbiamo bisogno.
In pratica le notizie che appaiono in alto quando effettuiamo una ricerca sono quelle che appaiono o perché il detentore del sito ha pagato l’essere privilegiati nei campi di ricerca, oppure perché le parole che vengono usate all’interno dell’articolo sono quelle che meglio vengono processate dai motori di ricerca e che quindi hanno un maggiore impatto positivo sulla visibilità dell’articolo stesso.”
No, era corretta la prima frase: siamo proprio NOI a ostacolare la corretta informazione e l’algoritmo di ricerca ci mostra i risultati basandosi proprio sui click che gli altri utenti prima di noi hanno effettuato. Più utenti preferiscono una determinata risorsa, più quella risorsa sale in cima alle prime posizioni dei risultati di ricerca, anche se chi ha prodotto quel contenuto non ha pagato un centesimo di sponsorizzazione, anche se magari le parole SEO al suo interno sono completamente sbagliate.
Gli algoritmi di ricerca hanno un unico responsabile: sempre NOI.
Per un fattore molto semplice: se i risultati non fossero in linea con le aspettative dell’utente, questo cambierebbe motore di ricerca, quindi il motore non ha interesse a mostrare altro se non quello che l’utente vuole. 🙂
Il problema quindi torna al punto principale, quel NOI. La maggioranza degli utenti non vuole fare fatica (e pensano che leggere e approfondire adeguatamente una notizia sia una fatica, una fatica senza ricompensa, tra l’altro). Così si accontentano del primo risultato. E quando la massa intera si accontenta del primo risultato, l’informazione finale si impoverisce.
Ecco perché io mi esaurisco in genere in una montagna di ricerca, su più motori di ricerca, finendo anche a pagina 20 o 50 (a volte mi cimento nella “ricerca della ricerca”, saltando tra la paginazione della ricerca in modo casuale) e preferendo la ricerca in lingua inglese (per la legge dei grandi numeri e della diffusione dell’inglese, forse, dico forse, si compensa la povertà di certa informazione).
Quel che manca, ma per esempio Google lo sta aggiungendo in alcuni punti, è una valutazione della risorsa: faccio una ricerca, guardo il primo link tra i risultati, il contenuto è povero rispetto alla mia ricerca, devo poter inviare un feedback al motore di ricerca per dirgli che la qualità è bassa e quindi toglierlo dal primo posto.
Soprattutto quando un articolo di 20 righe è sorretto da tre quarti di pagina web di pubblicità fastidiosa…
Il web è decisamente più il tuo campo che il mio. Una cosa che una volta c’era e che hanno tolto dai motori di ricerca è quella di escludere alcune parole. Alle volte mi ritrovo a dover cercare termini ambigui, che posono avere più di un signirificato, e mi ritrovo con le prime pagine dei risultati piene di ciò che non mi interessa.