Anni fa per avere l’opportunità di girare il mondo ho lavorato come au-pair, la ragazza alla pari che viene ospitata da una famiglia in cambio di un lavoro, di solito il babysitting.
La cosa che più mi ha colpita del lavoro con i bambini è  la loro logica: ragionamenti che per loro hanno perfettamente senso,  ma se dette da un adulto hanno più il sapore delle verità che noi reputiamo perfettamente coerenti solo nei sogni.

Ad esempio, i bambini a volte si divertono ad usare delle parole che li affascinano solo per il suono che hanno, e non per il loro significato. Mia madre ride ancora quando mi ricorda che proprio io da bambina usavo il termine “pochettino” in maniera del tutto bizzarra. Sarà stata la confusione linguistica, sta di fatto che per lei significava solo una quantità estremamente piccola, mentre per me era una piccola tasca: “poket (tasca) – (piccol)ino”.

Crescendo mi sono resa conto che un mio grandissimo desiderio era quello di essere una scrittrice, e non lo desideravo soltanto, lo volevo proprio! Ma sebbene riempissi quaderni di appunti non sono mai riuscita a definire in maniera chiara un percorso coerente di scrittura. Erano più delle macchie d’inchiostro qui e là, affascinanti se esaminate singolarmente ma non immediatamente collegate tra loro. Era chiaro che erano più degli appunti sull’ispirazione del momento.

Volevo essere una scrittrice, ma scrivevo realmente?

Il nome si trasformò in verbo solo dalla fine dell’adolescenza, quando anche la mia mente prese a calmarsi ed a organizzare meglio le idee. Poi venne lo yoga: ammetto che iniziai questa disciplina per ovviare ai problemi posturali, pensandola come una soluzione “facile” a dei comunissimi fastidi. Non sapevo quanto in realtà il mio corpo avrebbe lavorato, e con esso anche la mia mente.

Dopo un anno di pratica mi accorsi di affrontare le situazioni complesse con più tranquillità, e facevo in modo che ogni pensiero stesse al suo posto, senza inciampare e sgomitare per avere un po’ di posto nella mia mente affollata. Così facendo il mio obiettivo rimaneva chiaro.

Ovviamente questo si è riflesso anche nella mia scrittura: gli appunti non erano più frasi emotivamente pregne di un significato troppo criptico per i lettori; iniziavo a delineare un senso da dare alle storie, perdendo l’abitudine di scrivere solo delle scene scollegate.

Ma devo ammetterlo, la pigrizia è ancora forte in me, e mi piace definirmi scritttrice, anche se il verbo è ancora da applicare in modo sistematico.

Perennemente connessi, perennemente reperibili

Se da un lato internet mi ha aiutato molto con lo studio e la ricerca di informazioni, dall’altro mi rendo conto di come sia una distrazione continua. Anche se cerco di concentrare la mia mente sul pezzo che sto scrivendo o studiando, ad un certo punto mi sorgono dei dubbi.

Sento il bisogno di togliermi quel tarlo dalla mente immediatamente, e fortunatamentene ho la possibilità grazie al web: ma questo interrompe il mio lavoro e mi porta da una ricerca all’altra. Di conseguenza spesso riprendo la scrittura solo dopo molto tempo.

E qui sbaglio: devo concludere il mio lavoro e solo poi dovrei fare chiarezza su quel piccolo dubbio che ho avuto, come facevo all’inizio del mio percorso da aspirante scrittrice. Certo, per le grandi lacune è bene farlo subito, ma per gli aspetti minori c’è tempo di correggere.

Non si deve pretendere di fare tutto bene  e subito. Il lavoro va sempre revisionato alla sua conclusione.

Voi che approccio usate nella scrittura? Usate solo il nome o riuscite ad essere anche un verbo?