Tra i primi articoli che scrissi per questo blog c’è anche 5 Consigli utili su come evitare di scrivere in modo banale, poi più di recente ho affrontato nello specifico alcuni clichè su storie d’amore, l’(ab)uso della monarchia nel fantasy e l’espediente di far perdere i sensi al protagonista per non narrare degli eventi.

Mi sono però resa conto di non aver mai scritto un articolo che parlasse in generale dell’uso dei clichè: ne esistono di tre tipi, che coinvolgono le figure retoriche, i personaggi e la trama.

Usare troppe figure retoriche stanca anche nel parlato di tutti giorni (abuso di frasi fatte), semplicemente perché sono elementi estremamente generalizzati che tolgono il senso di specificità alla situazione ed alla scrittura. Un modo originale per usarli è quello di sfruttarli per inserire la trama in uno specifico periodo storico, in cui erano abusati.
Un breve esempio: durante la seconda guerra mondiale il presidente americano disse “niente da temere se non la paura stessa”. Una frase che è risuonata in ogni dove, e ritroviamo in Harry Potter quando Silente dice “la paura di un nome aumenta la paura della cosa stessa”. E non è forse Voldemort immagine di Hitler?

Sui personaggi stereotipati magari farò un altro articolo, perché non voglio ridurre il concetto al semplice fatto che con pochi elementi di caratterizzazione sappiamo già chi siano prima che ce lo dicano. Un buon personaggio deve avere molte sfaccettature, varie motivazioni e conflitti, interessi ed idee, punti di forza e debolezza.

Oggi voglio concentrarmi sui clichè della trama e cosa sia meglio evitare.

“Il colpevole è il maggiordomo”

Gli elementi che costruiscono una buona storia possiamo dire che sono sempre gli stessi, che si utilizzano fin dall’antichità: sono quelli narrati ne Il viaggio de l’eroe, dove una serie di eventi collegati arrivano ad un conflitto, poi una crisi e terminano con una conclusione soddisfacente.

Se questa costruzione è ripetitiva, non devono però esserlo gli elementi utilizzati, come il tipo di conflitto, la banalità delle complicazioni, quello che deve essere un climax o la conclusione scontata.

La composizione di elementi già visti e rivisti è in grado di penalizzare anche un ottimo stile di scrittura.

Basta quindi principi che salvano principesse uccidendo il drago e vivendo per sempre felici e contenti. A meno che non siate George Lucas e vogliate scrivere Star Wars: sì, perché ad un certo punto ritorneranno sempre gli elementi che sono stati abusati, ma avranno una nuova forma.

Vissero felici e contenti: l’amore deve vincere ogni ostacolo;
Lo scienziato pazzo: il fallimento di un esperimento scientifico diventa una minaccia per l’umanità;
Amore passionale: una storia d’amore nociva che si conclude con un’eclatante dimostrazione d’amore e morte;
Il prescelto: l’eroe che trionfa su ciò che minaccia l’umanità;
Il sogno: qualunque cosa accada, è stato tutto un sogno;
C’era una volta: in un mondo estremamente lontano dal nostro, una storia di magia e mostri;
Horror, la casa: le persone che entrano in un luogo, non ne usciranno.

Questi sono solo una minima parte delle idee che abbiamo già visto e rivisto, che danno un senso di pigrizia creativa, perché non offrono nulla di nuovo, utile o interessante.

Presentati così, sono un sicuro fallimento per l’apprezzamento della storia, ma se questi non vengono usati come trame, ma come concetti da cui partire, allora le cose cambiano.

Un nuovo vestito

principessa e principeCome Lucas ha fatto con il suo Star Wars, alla fine basta contestualizzare i cliché e dargli un nuovo aspetto.
I cliché sono indicazioni estremamente generalizzanti: più uno scrittore va nel dettaglio, più viene creata un’immagine chiara e distinta in grado di dissociarsi dal già visto.

La sua vaghezza deve essere considerata proprio un punto forza per lo scrittore, che può costruire sopra veramente di tutto. La cosa importante è essere curiosi, farsi ogni tipo di domanda su quel concetto generale e portarlo ai suoi limiti, impregnandolo così di originalità.

A voi è capitato di prendere qualcosa di già visto e dargli un nuovo aspetto?

Per concludere una curiosità: la parola cliché è un’onomatopea che significa “clic”. Era il rumore che faceva la macchina da stampa usata dagli editori di libri francesi, quando riproducevano parole e immagini.